Vivere senza dolore

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Redazione Paginemediche
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Fin dalla notte dei tempi, l’uomo ha sempre cercato di combattere il dolore con qualsiasi mezzo, anche se poco ortodosso e con grossi rischi. Già gli Assiri, nel 3000 a.C., agivano sulle carotidi comprimendole fino a provocare un’ischemia cerebrale e un coma che permettevano di praticare un intervento, sempre che il paziente fosse ancora vivo.

Nello stesso periodo, però, si cominciò a fare riferimento alle proprietà delle piante, come la mandragora, l’oppio, la cannabis. Nell’antico Egitto, ad esempio, si faceva grande uso di oppio, mentre Ippocrate utilizzava una 'spugna soporifera', intrisa di mandragora, oppio e cicuta per indurre il sonno ai pazienti.

E' un medico greco, Dioscoride, nel 50 d.C., ad utilizzare per la prima volta il termine 'anestesia' parlando degli effetti della mandragora, mentre la spugna soporifera di Ippocrate verrà ripresa dal frate domenicano Teodorico (XIII secolo), un eminente chirurgo dell’Università di Bologna.

Per più di tre secoli l’oppio e la spugna soporifera rimarranno gli unici metodi a disposizione per tentare di alleviare il terribile Dolore sperimentato durante le operazioni, tanto che la chirurgia verrà utilizzata soltanto nei casi in cui un mancato intervento porterebbe comunque alla morte il paziente.

Alla fine del XV secolo, grazie al contatto con le popolazioni indigene delle Americhe, si scoprono le foglie di coca, masticate dagli indios, mentre quasi un secolo dopo vengono descritti gli effetti del curaro, scoperto sulle frecce avvelenate degli indigeni.

Si deve invece a Paracelso il primo tentativo di sintetizzare l’etere solforico, mescolando alcol caldo con acido solforico, sebbene egli non riesca ad analizzare a fondo la sostanza. Il XVII secolo è il secolo della scoperta della circolazione sanguigna ad opera di William Harvey e per la prima volta in Inghilterra si tenta di iniettare oppio direttamente in Vena.

Ma questo secolo è anche il secolo delle scoperte sui gas. E' un chimico inglese, Sir Humphrey Davy, a riuscire a produrre il protossido di azoto (il cosiddetto gas esilarante), un gas che, se inalato, annulla la sensazione di dolore. Il chimico mette per iscritto tutta la procedura per arrivare alla sintesi di questo gas e lo somministra come analgesico contro il mal di denti.

Ancora agli inizi del XIX secolo i metodi per anestetizzare i pazienti erano rimasti protossido di azoto ed etere solforico. Sono tre, invece, i nomi da ricordare per parlare dell’anestesia moderna: Crawford Williamson Long, Horace Wells e William Thomas Green Morton.

Long utilizzò per primo l’etere nel 1842, estendendo questo tipo di anestetico anche all’ostetricia, ma pubblicò i suoi scritti solo molto più tardi. Wells, invece, era un dentista ed applicò l’uso del protossido di azoto all’estrazione dei denti; sperimentò l’anestetico prima su se stesso, poi su un paziente.

Ma l’estrazione del dente del paziente non ebbe successo, perché egli gridò per tutta la durata dell’intervento. L’occasione fu colta da un amico e collega di Wells, Morton, che è quello più conosciuto in questo campo perché pubblicò le sue sperimentazioni ed i relativi risultati. Egli creò un’ampolla di vetro con un ingresso ed un’uscita e all’interno una spugna intrisa di etere.

Davanti a numerosi colleghi fece respirare i vapori che uscivano dall’ampolla di vetro al paziente e ne asportò un tumore dal collo senza che questi sentisse alcun dolore. L’anestesia moderna aveva in questo evento la sua data di nascita: 16 ottobre 1846.

Oggi l’anestesiologia è una branca medica autonoma che si è sempre più specializzata. Ogni paziente che si sottopone ad un intervento chirurgico ha un incontro con l’anestesista che deve valutare il tipo di Anestesia più idonea, in base alle condizioni generali del paziente e ad altri parametri discussi con il chirurgo (durata dell’intervento, sede dell’asportazione, ecc.).

In generale, i tipi di anestesia sono due, quella generale e quella locale. La prima provoca perdita di coscienza e sensibilità in tutto il corpo e viene effettuata per inalazione o iniezione di anestetici che raggiungono immediatamente il cervello, bloccandone i centri nervosi. La seconda, invece, permette al paziente di restare sveglio eliminando temporaneamente la sensibilità soltanto in quella parte del corpo che deve essere sottoposta ad intervento.

05/02/2016
28/02/2013
TAG: Medicina del dolore
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